Uno Spèsso così leggero non l’avevate ancora visto.
Che meraviglia.
Il Venerdì dello Spèsso

La solitudine del maratoneta
ovvero
“La pioggia cadeva nello stesso modo sul giusto e sul malvagio; e per nessuno non esisteva un perché” (William Somerset Maugham)
Mi piace correre. Già da un po’. Diciamo che non mi importa nulla della corsa come sport in sé, e diciamo anche che il fatto che questo tipo di esercizio fisico abbia un riscontro positivo sulla salute non suscita in me la benché minima emozione. Ma mi piace correre. Perché quando corro trovo una dimensione filosofico-esistenziale che esiste solo nell’atto della corsa. Una sorta di palestra dell’io, uno specchio che resta coperto da un lenzuolo sino a quando il vento che ti sfiora non lo solleva quel tanto che basta a mostrare un’affascinante realtà in movimento. E questa, cazzo, è poesia. Tanto che mi girano proprio a buttarla via per voi, ma tant’è.
Oggi ho corso. Non tanto, non poco. Il giusto. Ho deciso di correre anche se, nel tardo pomeriggio di luglio, il cielo minacciava un acquazzone. Ho legato le scarpe e sono uscito, infilandomi prima su un breve tratto d’asfalto e poi nella vecchia strada che attraversa il bosco. E’ un grembo verde, il bosco di queste giornate umide, un balsamo per le emozioni. Poi, sbucando di nuovo sulla strada asfaltata, qualche chilometro dopo, come uno strano fenomeno di eccezionale portata, è arrivata la pioggia. Prima incerta e guardinga, a goccioloni. Poi arrogante, a scrosci. Infine lenta e regolare, gradevole, a scandire ogni passo della corsa. L’odore della pioggia. Il silenzio della pioggia. Il vento sornione che gratta la pancia al temporale e ti sbatte in faccia un po’ del tuo stesso respiro, mescolato al suo.
Si vive anche per questo, sapete. Si vive per legarsi le scarpe e per uscire sotto la pioggia. Si vive senza farsi tante domande maliziose, senza sondare tutte le complicazioni. A volte, tutte le volte che posso e che ne sento la necessità, mi “infilo dentro” una corsa, nella sua dimensione. Solo e distante, forse, ma vicino ad una semplicità che vedo ogni giorno più bistrattata e snobbata. Quando il fiato si spezza, quando la fatica morde lo stomaco, quando i muscoli si contraggono, quando le gambe vacillano, allora riesco a rivedere un po’ di quello che perdo ogni giorno. Quello che il mondo perde ogni giorno.
Dedicato ad Allan Sillitoe.
Lo Spèsso
