Matrimonio.
Lo Spèsso parte dal finale pronunciandosi: formalmente contrario con moderazione.
Marla parte dallo Spèsso pronunciandosi: apparentemente moderata ma contraria.
In ogni modo, se mai dovessi cambiare idea e decidere di convolare a nozze, vorrei Lo Spèsso come wedding planner.
Tanto per cominciare, si sovvertirebbero le regole e sarebbe gradito, da parte di tutti gli invitati, l’abito viola.
E invece della marcia nuziale, un bel quartetto d’archi che suona Sunday Morning.
Il Venerdì dello Spèsso

The wedding cake toppers
ovvero
“Matrimonio: una cerimonia nella quale due persone si impegnano a diventarne una, una si impegna a diventare nessuno, e nessuno si impegna a diventare sopportabile”. (Ambrose Bierce)
Miei buoni seppur poco dotati amici, come avrete notato lo Spèsso ha saltato un’uscita, ed esattamente quella dello scorso venerdì 9 luglio. Orbene, che voi mi crediate o no ciò non dipendeva da dimenticanze o mancanza d’ispirazione, ma dal sopraggiungere di un’unione. Pare infatti che mARLA abbia preso parte per diversi giorni ad un profondo gozzovigliare nuziale, abbandonando queste pagine virtuali e sospendendo la rubrica. Nessun problema, naturalmente: questo ci ha fornito lo spunto per trattare di un argomento che so astioso per molti: il matrimonio.
Caldamente sollecitato ad occuparsi di tale argomento, Lo Spèsso parte dal finale, ovvero pronunciandosi: formalmente contrario con moderazione. Spiego: ritengo che fondamentalmente la spinta all’unione sia sincera, un qualcosa tra lo spirituale e il concetto di ricerca dell’uniformità vitale, un desiderio di trovare la quadratura di un cerchio per proseguire serenamente nel percorso esistenziale. Lecito, perciò, preparare reti di salvataggio contro la paura e la solitudine, mi guardo bene dal dire altrimenti.
Diverso, invece, il discorso sulla “forma” dell’unione, da cui la contrarietà: se si tratta di una vera e propria porcheria ipocrita (detesto usare questo abusato termine, ma in tal caso casca come un guanto) quella di mascherare per un giorno sé stessi e la propria famiglia intorno ad una chiesa, con il solo scopo di ingrassare qualche chilo e di mettere in scena un ampio e mal assortito varietà parareligioso, ancor potrebbe risultare accettabile la sobria formula civile per risolvere davanti alla legge il quibus. Ma non in questo Paese.
E’ notizia di soli due giorni fa che la proto-peronista e nazionalpopolare repubblica Argentina, cattolicerrima oserei dire, ha giustamente concesso la piena formula al matrimonio civile, primo paese dell’America Latina a colmare doverosamente questa mancanza. Sottolineo: completare la piena formula. Perché in questo sciagurato, osceno, marcio e xenofobo Paese, dove un camorrista può farsi sposare da un vescovo sulla piazza del suo paese portando in braccio la sua bella, in pieno sole, si impedisce ancora alle persone oneste di unirsi, marginalizzando e colpevolizzando non già il delinquente ma l’innocente.
E’ per questo che ogni giorno la plebe dovrebbe lamentarsi e, soprattutto, dovrebbe smettere di subire, afferrando solidamente per la gola l’osceno mostro che brutalizza la legislazione di uno stato libero e scaraventandolo, con papaline e sottane, nel fango venefico che l’ha generato. Perché l’unione, si diceva, è qualcosa che completa lo spirito e la vita delle persone: per dirla con una citazione a me desueta, le avvicina agli Angeli.
Ma gli Angeli, per chi non lo sapesse, non hanno sesso.
Lo Spèsso
