Bartali - Paolo Conte

C’è una ciclofficina nella Città di Mare dove rottamano bici usate.

Ci ho pensato a lungo e oggi mi sono decisa a portare la mia ammiraglia.

Una bici rosa che gli amici di lunga data vedono ormai come parte di me.

Una bici rosa che i miei genitori mi regalarono 25 anni fa.

Non ho mai avuto il coraggio di separarmi da lei, ma sono stati sufficienti un paio di anni nel cortile infernale del mio palazzo, per ridurla a brandelli.

E così oggi ho fatto il grande passo e l’ho portata in questo posto dove, seguendo il nobile principio della sostenibilità, ritirano biciclette usate e/o abbandonate, scambiandole con quelle da loro revisionate.

Non è stato facile. Perchè La Rolando è stata la mia prima bicicletta ‘da grandi’.

E’ l’immagine di me che fatico a tenere l’equilibrio, con mio padre accanto pronto ad afferrarmi se cado.

Sono io che pedalo spedita nei giardini della Città di Nebbia.

E’ il giro intorno alla ditta dove lavorava mio papà, mentre aspettavo che uscisse.

E’ mia mamma che mi dà i soldi per il gelato, raccomandandomi di fare attenzione in mezzo al traffico.

E’ l’estate nel Paesino, dove a turno gli amici si facevano un giro in tondo nella piazza, nei pomeriggi caldi in cui si cazzeggiava sulle panchine, tra un gavettone e l’altro.

E’ il fidanzatino dell’adolescenza, che mi bloccava la bicicletta per non farmi andare via.

E’ quel “è arrivata Marla, perchè c’è la sua bici rosa appoggiata al muro”.

E’ la pace della pedalata verso la biblioteca, quando scrivevo la tesi.

E’ mio fratello che mi studia in sella a quel cimelio e mi chiede: “Ma giri ancora con quel cancello?”.

E’ mia cugina che si preoccupa:
“Ma ora che devi lasciarla in cortile, non hai paura che te la rubino?”
e sono io che la tranquillizzo:
“Non credo. Bisogna essere proprio cattivi per rubare una bici rosa”.

E’ la corsa in stazione la mattina, per andare a prendere il treno, quando all’alba mi godevo il lungomare, il silenzio e i primi colori della riviera in primavera.

Ed è con questi pensieri nella testa che la accompagno verso la ciclofficina.
A mano, perchè ormai le ruote sono a terra.
E intanto mi faccio forza pensando che, in quel posto, La Rolando resusciterà.
E magari regalerà altri 25 anni di ricordi a qualcuno che, spero, se la meriterà.

Quando giungo a destinazione, vedo che la ciclofficina è chiusa.
Evidentemente gli orari trovati su internet sono sbagliati.
La tentazione di riportare La Rolando a casa è forte. 
Ma a volte, nella vita, bisogna imparare a separare i ricordi dagli oggetti, custodendo soltanto i primi.
E così la guardo ancora un po’, la lascio appoggiata al muro e me ne vado.
Chissà.
Magari qualcuno penserà che di lì è passata Marla.

Thursday, July 1, 2010