Non date mai potere alle donne.
Non permettete che le donne sbagliate raggiungano posizioni di comando.
Ho sempre preferito dovermi rapportare con mille capi uomini piuttosto che con una donna.
Ma per un’inevitabile questione di contrappasso, ho avuto a che fare esclusivamente con superiori donne.
Cape.
Un condensato di frustrazioni, invidia, insicurezze malcelate e subdole cattiverie.
Oggi inizierò raccontandovi della mia Miranda Priestly.
Snob, di classe, colta, algida e intellettuale.
Una stronza mai vista.
La mia Miranda, che purtroppo di quella vera non aveva nè il potere nè il fiuto, era diventata il mio incubo.
Il cellulare squillava la sera e se sul display compariva il suo nome, il panico si impossessava di tutta la mia persona.
Perchè ogni volta era una spiacevole sorpresa.
Una volta mi chiamò alle otto di sera. Avevo appena immerso un’oliva nel bicchiere di martini. Con ghiaccio.
Lanciai il bicchiere e risposi con i crampi allo stomaco.
Mi aveva telefonato per qualche banale resoconto del mio lavoro sul quale, come al solito, aveva qualcosa da ridire.
Quella volta la cosa peggiore fu che cadde la linea.
Inutile dire che non potevo considerarla chiusa lì.
Così fu tutto un rincorrerla, un richiamarla, mentre il ghiaccio si scioglieva annacquandomi il martini.
Quando finalmente riuscii di nuovo a parlarle, lei tuonò:
“Si può sapere perchè diamine non riesco a parlarle?! Dove si trova in questo momento?”
Timidamente risposi: “Ma io veramente sono a casa. E qui il telefono prende perfettamente”.
Lei: “Evidentemente ha un problema di campo. Io comunque sto guidando in autostrada”.
Ribattere? Troncare la conversazione e insieme a lei il mio rapporto lavorativo?
Non potevo.
Vi assicuro che in quel momento non potevo.
Un’altra volta, passando per caso davanti al suo ufficio e trovandola relativamente tranquilla, mi avvicinai per chiederle se per favore mi poteva ricevere non necessariamente in quel momento, ma nei giorni a seguire.
Lei mi squadrò dal basso verso l’alto e disse lentamente:
“Vede, come ben sa, per fissare un appuntamento mi deve telefonare. In ogni modo, visto che oramai PUR-TROP-PO è qui, fissiamo questo benedetto incontro”.
L’istinto mi suggerì di rimanere zitta e immobile davanti a lei, tirare fuori il telefono dalla borsa e chiamarla.
Ma non lo feci.
Non potevo.
Dopo avere consultato l’agenda, senza nemmeno guardarmi in faccia, concluse:
“Mercoledì prossimo. Per la colazione. Arrivederci”.
Fortunatamente, altri malcapitati che lavoravano per lei da molto tempo, mi spiegarono che Miranda non amava parlare di ‘pranzo’.
Probabilmente lo considerava un termine da plebei, al quale preferiva la più nobile ‘colazione’.
E così evitai, quantomeno, di presentarmi nel suo ufficio alle otto del mattino.
Facevo il conto alla rovescia. Vivevo aspettando la fine del nostro rapporto lavorativo. E domandandomi perchè avesse scelto proprio me, tempo prima.
L’ultimo giorno, però, mi propose di portare avanti una collaborazione.
Me lo disse al telefono. Era in ascensore, stava scendendo in garage e, tanto per cambiare, cadde la linea.
Invece di richiamarla, immersi un’oliva nel bicchiere di martini, mi buttai sulla poltrona e me lo gustai fino in fondo.
Con tanta leggerezza.
