The Man in Me - Bob Dylan

Eccomi nuovamente qua.

Ho aspettato tanto a scrivere perchè mi sono venute in mente troppe cose da raccontarvi.

E alla fine non ho più pubblicato nulla.

E’ un po’ come quando hai talmente tanti interessi che, nel tempo libero, non sai bene da quale partire. Vuoi fare tutto ma la giornata è troppo corta e così, spesso, finisci col passare delle ore a guardare filmati su YouTube, paralizzato dalla frenesia delle mille cose che vorresti fare.
Questo è un discorso che ho affrontato più volte col Maestro. Speravo riuscisse a risolvermi questo problema, ma ci siamo limitati a parlarne, guardando filmati su YouTube.

Per il resto, vorrei aggiornarvi riguardo a un fatto di notevole importanza.

Il Bassista è diventato papà.
Il momento in cui l’ho realizzato davvero è stato quando l’ho visto fotografare la sua bimba mentre dormiva.
L’espressione rapita e inebetita trasmetteva già i primi segnali di quella cosa speciale che è il rapporto padre/figlia.

Mio padre mi ha scattato una marea di foto in pellicola e diapositiva.
Il bassista si diletta con una macchina fotografica digitale.
I tempi cambiano, ma l’espressione adorante del padre che fotografa la figlia è sempre la stessa.

Peccato che, di questi tempi, ci abbiano privato anche del meraviglioso carico simbolico che caratterizzava la parola ‘PAPI’.

Ma tant’è.

Io e il mio papà, comunque, non facciamo eccezione e rientriamo a pieno titolo nello stereotipo del rapporto padre/figlia.

Inoltre, da che sono uscita di casa per andare a vivere da sola, il rapporto è addirittura migliorato.

Parliamo tanto, decisamente più di quando vivevamo sotto lo stesso tetto.

So da fonti certe (la mamma) che più volte ha fatto apprezzamenti sulle dimensioni e la consistenza delle mie palle.

E credetemi, la stima di un papà vale oro.

Soprattutto se il papà in questione è uomo poco avvezzo ai sentimentalismi.

Parecchio tempo fa, quando seppe di una mia storia finita, mi chiese senza mezzi termini perchè fossi stata piantata.
Sicuramente, da buon papà, non riusciva a capacitarsi del fatto che qualcuno fosse stato così folle da lasciarsi scappare un dono prezioso come la sua figliola.

Gli risposi un po’ impacciata: “Mah… sai… forse l’abitudine… probabilmente gli mancavano le emozioni”

Lui si limitò a fissarmi per qualche secondo con aria perplessa e mi disse:

“Bah. Le emozioni”.

Che momento.

Mai come allora capii la natura di mio padre.

Un uomo tutto d’un pezzo, una roccia di pragmatismo che nessun vento emozionale sarebbe in grado di far vacillare.

Ecco perchè, quando avevo sei anni, nemmeno mi accorsi che l’azienda in cui lavorava era fallita.

Avevo percepito che si stava tirando la cinghia. Ma mai avrei immaginato che i miei genitori non dormivano la notte pensando a come avrebbero fatto a sbarcare il lunario con due figli e una casa da portare avanti.

Avevo percepito che si stava tirando la cinghia nel modo in cui può capirlo un bambino.

Per esempio, il vestito nuovo arrivava a natale o al compleanno.

Ricevevo giocattoli, ma anche i cosiddetti ‘regali utili’.

I miei genitori non andavano in ferie, non andavano mai a cena fuori e mia mamma era una maga nell’aggiustare le cose, nel riutilizzarle, nel reinventarle.
Una paladina dell’odierna ‘sostenibilità’.

A loro volta, non avevano genitori su cui contare e se la cavavano sempre da soli.

Ma in casa mia, una cosa non mancava mai: la musica.

Quando mio fratello metteva un disco sul piatto, io mi mettevo vicino a lui e guardavo quelle copertine, enormi per le mie mani.
Soprattutto quando erano doppie e si aprivano a libro.

Se poi prendeva la chitarra, era una festa.

Imparavo le canzoni ascoltando lui.

Sognavo di suonare anch’io, guardando lui.

Quando mio fratello partì per il servizio militare, avevo dieci anni.
Mi registrò una cassetta dalla radio con un sacco di hit del momento.
Una raccolta anni ottanta che ascolterei ancora oggi, se non l’avessi fusa.

Mio padre per fortuna non si univa ai nostri cori.
Ogni tanto si limitava ad accennare l’aria di qualche opera (la sua passione), ma si autocensurava alla terza nota. Rigorosamente stonata.

Oggi capisco che incanalava le sue emozioni nell’obiettivo.

Uomo di poche parole, ma di finissima ironia, riusciva a trasmettere attraverso le foto il sarcasmo, il senso del ridicolo, la vertigine, lo stupore, la commozione.

E adesso più che mai apprezzo la ricchezza dell’aver avuto una crescita segnata dalla musica e dalla fotografia.
Perchè la prima mi ha insegnato ad ascoltare e la seconda a guardare.

Non credo sia necessario aggiungere altro per concludere.

Tutto quello che volevo dire era semplicemente: congratulazioni, bassista.

Qualsiasi cosa accada, non farle mai mancare la musica.

E quell’espressione da papà mentre scatta le foto alla figlia.

Saturday, February 5, 2011