Pubblico con incredibile ritardo Il Venerdì dello Spèsso. Mea culpa.
Ma tengo a sottolineare che lui è sempre puntuale.
In tutti i sensi.
Il Venerdì dello Spèsso

Il Fasciocomunista
ovvero
“Io ho conosciuto due Berlusconi: il Berlusconi imprenditore privato che comprò Il Giornale – e noi fummo felici di venderglielo, perché non sapevamo come andare avanti – su questo patto: tu, Berlusconi, sei il proprietario de Il Giornale, io, direttore, sono il padrone de Il Giornale, nel senso che la linea politica dipende solo da me. Questo fu il patto fra noi due. Quando Berlusconi mi annunziò che si buttava in politica, io capii subito quello che stava per succedere. Cercai di dissuaderlo […] ma tutto fu inutile. Dal momento in cui lo decise mi disse: “Ora Il Giornale deve fare la politica della mia politica”. Ed io gli dissi: “Non ci pensare nemmeno”. Allora lui riunì la redazione […] – e questo lo fece a mia totale insaputa – e disse: “D’ora in poi Il Giornale farà la politica della mia politica”. E a quel momento me ne andai, cos’altro potevo fare?” (Indro Montanelli, 2001)
Adesso non mi venite a dire che ancora non ci ha pensato nessuno. Non è veramente possibile. Secondo me, da quando ha cominciato a tirare l’aria del “tutti contro tutti” in quello che di fatto è diventato “Il Casino delle Libertà”, e da quando il coma dell’opposizione ha dato preoccupanti segni di definitivo decesso, a qualcuno deve essere arrivata alle sinapsi quest’idea: gli opposti si attraggono e (ora) si condividono. E’ facile, funziona così: chi si legnava una volta si unisce per legnare chi ci lagna oggi. Vi siete già persi, dite la verità…
Seguitemi: 30 anni fa c’erano due colori, un po’ come in casa Stendhal. Uno era il colore dell’abbraccio contadino, dell’orgoglio operaio, del socialismo come cura. Non anche, ma invece. L’altro era il colore dell’orgoglio tradito, dell’amore per la patria e della più fiera esaltazione dell’uomo. Due colori che poi, dai e dai, si fusero in un unico grigio piombo, con accesi toni di dolore. Uno diceva “Sì” e l’altro, per Partito preso (chi capisce la freddura vince un giro sulle montagne Russe…), rispondeva “No”. Uno credeva, obbediva, combatteva, l’altro cercava di non produrre, consumare e crepare. C’era un fronte, un mare profondo tra i due. C’era un Muro…
Un giorno, nemmeno troppo distante, sono convinto che da qualche cantina usciranno due ragazzi: uno con l’eskimo (griffato, però), il pantalone di velluto un po’ liso e il ciuffo ribelle sugli occhi. L’altro con un millimetro di capelli, i jeans attillati e il giubbotto nero. Cos’avranno in comune? La rabbia, il tasso di disoccupazione in salita, la scuola distrutta e ridotta al silenzio, il futuro negato. Cos’avranno di diverso? I vestiti forse. Ma condivideranno un’idea nuova, parleranno, non saranno mai del tutto d’accordo ma nemmeno distanti. E su qualcosa, saranno inseparabili. E all’unisono ti diranno:
“Sai quell’anziano buffone di un palazzinaro milanese senza nessun idea salvo il soldo?
Ha rotto il cazzo. Lui e quelli come lui…”
Lo Spèsso
