Viva l’Italia - Francesco de Gregori

Più volte mi è stato chiesto di aggiornare il fightblab.

Il Maestro mi ha addirittura posto la questione come una mancanza di rispetto nei confronti dei miei lettori.

Ora mi sento pronta a superare il trauma della pagina bianca perchè è accaduto un fatto eccezionale.

Ho scritto su facebook che erano secoli che non sorridevo leggendo i giornali. Ed è proprio così.

Da un paio di giorni vivo in una sorta di stato di grazia e non solo per i risultati elettorali fini a se stessi, ma perchè finalmente qualcosa si è mosso nella coscienza degli italiani.

Per la prima volta dopo tanto tempo sento di essere stata ripagata.

Perchè avevo la sensazione di vivere in un Paese col quale non avevo niente a che fare.

Mi sembrava di poter condividere una certa linea di pensiero soltanto con gli amici, in una dinamica che ci stava rendendo sempre più autoreferenziali.

Ce la cantavamo e suonavamo sempre tra di noi, in un clima di solitudine post moderna malinconica e rassegnata.

Ed ora qualcosa è cambiato.

Se fino a ieri il bombardamento di tricolore per le strade mi nauseava, oggi l’ho guardato con occhi diversi.

Questo è il Paese dal quale non sono voluta scappare ed ora finalmente posso dire che non è solo per l’attaccamento agli affetti, alla famiglia e agli amici che ho sempre coltivato.

Oggi sono contenta di essere qui a respirare un’aria diversa. 

E’ banale dirlo, ma ci si sente meno soli.

Ieri un amico ha scritto su facebook “com’è bella milano stasera”.

Nella città più alienante del nostro Paese, ieri è successo un piccolo miracolo.

Specchio di un desiderio di svolta più diffuso di quanto non immaginassi.

Ora ha senso credere che gli italiani saranno sì dei gran paraculi, ma amano esserlo con stile.

Ecco perchè credo che oggi tirerei fuori il tricolore pure io.

Sventolandolo più che mai, in modo che lo vedano anche tutti gli amici che se ne sono dovuti andare per riuscire a concludere qualcosa di buono nella vita.

Perchè loro, ancora più di noi, oggi sorridono leggendo i giornali, esultano con noi e si sentono meno soli.

Comunque vadano le cose, per una volta l’Italia ha aperto gli occhi.

L’Italia con gli occhi aperti nella notte triste.

Viva l’Italia, l’Italia che resiste.

Wednesday, May 18, 2011

Verde - Diaframma

Che cosa fa la banda degli onesti per festeggiare i 40 anni del Ragazzo?

Gli organizza una bella festa a sorpresa.

Location: casa dello Scozzese, svuotata in occasione dell’imminente trasloco.

Fibrillazione alle stelle nei giorni precedenti, con scambio fitto di messaggi che rischiavano di essere intercettati dal festeggiato:

Urban porta i tovaglioli, i piatti e le bottiglie avanzate a capodanno’, ‘Bibi, porta un fegato nuovo, prima di giocartelo del tutto’, ‘Boto porta i baffi’, ‘Gangleri porta le basette’, ‘Scozzese porta la casa’, ‘Bisa porta l’inno della DDR che glielo mettiamo quando entra in casa’, ‘Marla porta i palloncini, il biglietto e il pacchetto regalo’, ‘Il regalo lo facciamo dallo zio Bob: superquota per cd e vinili’, ‘Don DeLolli c’è. Grande.’  ’Zitrone disegna il biglietto’, ‘Bandiera Rossa (BR) porta il vino sfuso, nella tanica da 5 litri e ognuno porta qualcosa da bere’ ‘Cena?’ ‘No cena. Bruschette e patatine che porta Urban’.

Perfetto.

Ci troviamo dallo Scozzese, agitatissimi.

Il Ragazzo ci raggiungerà lì: la scusa è la festa di addio all’appartamento dello Scozzese.

Zitrone per l’occasione si mette anche il naso da pagliaccio e gli occhialini da piscina. E tiene addosso per tutta la sera il giaccone e il berretto di lana sulla testa. Con quell’aria da guerriero. A lui piace così. Non ride mai, Zitrone. Quando è contento, ghigna.

Urban mi guarda da lontano e ride di me che, posseduta, tento di riportare i maschi all’ordine, gridando: “ALLORA, ADESSO OGNUNO SI PRENDA UN PALLONCINO E SI METTA I BAFFI FINTI! RIPETO, UN PALLONCINO E I BAFFI!”

Boto si gira e mi brasa, sornione: “Perchè non vai ad animare le feste dei bambini, Marla? Dopo un quarto d’ora ne hanno già tutti i coglioni pieni”. 

Bibi: “Però sarebbe bello organizzare feste”

Urban: “O i matrimoni. Tipo wedding planner”

Bibi, bestemmiando e tirando una golata di vino, apprezza: “Sììì!!! Potrei farlo io!”

Boto: “Come no. Poi vai dal prete e stringendogli il pacco gli dici: Padre, mi faccia sentire quanto è forte la sua fede”

Bibi: “Va beh. Come ci organizziamo ora? Guardate che tra un po’ il Ragazzo arriva”

Urban: “Ci chiudiamo tutti di là, con la luce spenta, e poi sbuchiamo all’improvviso”

Gangleri: “Sì, ma chi gli apre la porta?”

Bibi: “Possiamo fare così. Noi ci chiudiamo di là, zitti zitti. Marla gli apre, inizia a far finta di provarci e…”

Marla: “Ma perchè proprio io, scusa?”

Bibi: “Ssh, fammi finire… e, dicevo, fa finta di provarci, così lo trattiene un po’ in cucina e…”

Boto: “…e poi magari scoppia l’idillio e trombano in cucina, con noi chiusi di là”

Gangleri: “No, infatti. Lascia perdere. Pensa che sorpresona se dopo sbuchiamo fuori noi”

Bibi: “Allora facciamo così: gli apre lo Scozzese e gli fa credere di essere da solo”

Lo Scozzese con un sorriso a cinquecento denti: “Ma daaai, ma io mi faccio sgamare subito. Non riuscirei nemmeno a contare una palla a un bambino”

BR: “No, no. Funziona, devi solo crederci”

Marla: “Allora: nascondiglio, poi brindisi, poi torta, poi regalo. Quando io e Bibi siamo pronte con la torta, Urban prepara la macchina fotografica, BR spegne la luce, noi entriamo nella stanza e tutti insieme gli cantiamo… che cosa gli cantiamo? Perchè è un bravo ragazzo???’

Lo Scozzese, con un sorriso a seicento denti (aumentano in maniera direttamente proporzionale all’alcol assunto): “Ma per piacere. Al Ragazzo bisogna cantare Perchèèè è un figlio di troooiaaaa, perchèèè è un figlio di troooiaaa!

Proposta accolta all’unanimità.

Ok. Suona il campanello.

Ci fiondiamo nella camera dello Scozzese, zitti zitti, al buio.

Tranne Zitrone, che si chiude nello sgabuzzino.

Il Ragazzo è intrattenuto dallo Scozzese, che continua a ripetergli coi suoi settecento denti: “Non c’è nessuno” e ride “Sono solo”

A quel punto saltiamo fuori. Urla, palloncini, baffi finti, brindisi e poi la torta, Perchèèè è un figlio di troooiaaaa, perchèèè è un figlio di troooiaaa con il Ragazzo visibilmente commosso, poi ancora il regalo, tappi di spumante che volano pam-pam-pam, il discorso del Ragazzo che dice: “Ebbene sì, sono un figlio di troia, ma grazie amici, grazie davvero. Che dire? Ho 40 anni. E sono sempre stato coerente. Oggi guardavo un vinile della mia collezione: vale 1.000 euro. Ma il Ragazzo non lo vende! Piuttosto pane e cipolla, ma… (e qui aumenta l’enfasi) non mi separerò mai dai miei vinili!”

“BRAVO! BRAVO!” applausi, commozione. 

La festa degenera. Anche perchè un gruppo consistente di maschi in una stanza, anche vuota, riesce a spaccare tutto. A 40 anni come a 15.

In tre minuti non c’è più un palloncino, i piatti volano tipo frisbee, qualcuno incendia dei tovaglioli, Gangleri ha i baffi finti sulle sopracciglia, il Bisa si lancia lungo le scale sulla sedia da ufficio e Zitrone balla ancora con il naso da pagliaccio e gli occhialini da piscina.

Povero Scozzese, meno male che è l’ultima festa in quella casa.

Ne ha viste troppe.

Al piano di sotto abita un sudamericano. Non lo sapevamo. Viene a lamentarsi dicendo: “Io capisco che feste tra universitari sono belle, ma adesso fate meno rumore”.

Spiegaglielo tu che la festa è per i 40 anni di uno di noi, che l’università ormai è un lontano ricordo.

Diglielo tu che ci divertiamo ancora a ballare in casa, sulla nostra musica, quella che non trasmettono in nessun locale.

Raccontaglielo tu che ci conosciamo da circa 20 anni, chi più chi meno, e che ci commuoviamo ancora ascoltando i Diaframma.

Tuesday, March 22, 2011

La Terra dei Cachi - Elio e Le Storie Tese

Apro il giornale. Puttane, papponi, regali, gioielli, diamanti, appartamenti, migliaia di euro, tette e culi, tette e culi che riposano nei consigli regionali, provinciali e comunali, tette e culi in parlamento.
Ma c’è da stare tranquilli: “Sono tutte LAUREATISSIME” ci assicurano.
Bene. Almeno loro ce l’hanno fatta. Significa che la meritocrazia funziona ancora.

Gli altri laureatissimi, come la sottoscritta, chiudono il giornale e vanno a cercare lavoro.

Parto diretta al Centro per l’Impiego.
Solitamente ci lavorano mostri che faticano a coniugare soggetto e verbo, ma che occupano la loro scrivania pubblica e ti guardano con sufficienza, domandandosi perchè mai un disoccupato debba rivolgersi a loro.
Che scocciatura questa gente in cerca di lavoro.

Tentano di sfinirti. Ti costringono a saltare da un ufficio all’altro, perchè non conoscono le risposte alle tue domande.
La maggior parte della gente si arrende in partenza.
Io no.
Tant’è che al Centro per l’Impiego ormai mi conoscono per nome e sono inserita nel Libro Nero.
Mi sono permessa di chiedere più volte chiarimenti legati a un bando pubblico e ho avuto la sfacciataggine di porre quesiti del tipo:

“Ma perchè non è ancora stata pubblicata la graduatoria, se sapete già i risultati?”
L’impiegata: “ehhh… la graduatoria… La graduatoria stiamo per pubblicarla. E’ questione di giorni”.

…era Natale.
Ormai la primavera è alle porte e la graduatoria non è ancora uscita.
Il problema è che i posti del bando sono già stati assegnati.

Vado all’ASL per informarmi riguardo alle esenzioni previste per i disoccupati.
Anche qui, un’impiegata mi ascolta svogliatamente.
Le chiedo se ci sono problemi, dal momento che ho la residenza in un’altra città.
Scopro che i problemi li ha lei. A pronunciare correttamente il nome della mia città.
E non è straniera (la città. Così come l’impiegata: sono entrambe italianissime).
Intravedo un bradipo che si arrampica nel suo cervello mentre tenta di formulare frasi di senso compiuto.
La aiuto io, ultimando le frasi per evitarle l’imbarazzo della consecutio.
Nonostante si ostini a sbagliare il nome della mia città (la cui difficoltà di pronuncia è pari a quella della parola “Milano”), portiamo a termine la nostra conversazione.
E scopro che no, non ho diritto ad alcuna esenzione.
Perchè fa fede l’ultima dichiarazione dei redditi.
Nella fattispecie, quella del 2010, relativa ai redditi del 2009.

Quindi per godere OGGI dei ‘privilegi’ da disoccupato, devi essere stato molto povero DUE ANNI FA.
Che peccato. Due anni fa lavoravo.

Non importa.
Devo fare una visita per un controllo dei nei e sarà meglio muoversi.
Chiamo per curiosità un dermatologo privato e scopro che la parcella ammonta a 120 euro.
Senza esitazione, mi rivolgo all’ASL: 20 euro di ticket, ma devo aspettare quattro mesi.
Aspetterò.
Anzi, vorrà dire che nella lunga attesa mi spunteranno altri nei e potrò far controllare anche quelli.

Torno a casa. Mi aspetta il padrone di casa.
Dopo avere discusso animatamente più volte, sono riuscita a ottenere un contratto d’affitto.
Però vuole dichiarare soltanto metà canone.
Dovrei pagargli solo la somma dichiarata, se lo meriterebbe.
Ma papà e mamma mi hanno cresciuta onesta e questo è un guaio.

Il problema è che, mentre lo fisso negli occhi con tutto il disprezzo di cui sono capace, lui inizia a farfugliare giustificazioni del tipo:
“ehhh… Lo so, lo so che dovrei dichiararlo interamente, ma… capisce, no? Le tasse. Sono alte, le tasse. E poi… poi se pensiamo a quello che c’è in giro, a quello che si evade. Le evasioni sono altre, no?”

E ride, compiaciuto. Cercando la mia complicità.
Io non rido. Mi limito a fissarlo.

Così continua, imbarazzato: “D’altra parte, se guardiamo a quello che è davvero rubare… pensiamo, no? I politici, per esempio”.

Eccolo lì. I politici.
Mi allontano da questa fiera del disgusto e vado dal tabaccaio, per farmi una ricarica del telefono.

Aspetto almeno dieci minuti perchè davanti a me c’è una fila di pensionate che grattano cedolini, imprecano, sospirano, si giocano la pensione.
Lotto, gratta e vinci da 5, gratta e vinci da 20, superenalotto e altre amenità.

Vorrei urlare in faccia a queste anziane signore tutto il mio disappunto.
La mia generazione non avrà mai una pensione e voi vi permettete il lusso di buttarla via così?

A ulteriore beffa, me le ritrovo poi in coda dal verduriere, a lamentarsi dell’aumento del prezzo delle cipolle.

Ma tra due settimane tutti i personaggi di questo post si ritroveranno sicuramente incollati davanti alla tv, uniti.

Uniti nella loro mediocrità, nel loro essere mafiosetti, arraffoni, incompetenti ed egoisti.

Uniti nell’asciugarsi una lacrima di commozione, mentre ascoltano l’Inno d’Italia.

Friday, March 4, 2011

Bigmouth strikes again - The Smiths

Oggi il fightblab compie un anno.

Marla e Lo Spèsso sono lieti di festeggiarlo con voi.

Un party virtuale in cui verranno riproposti i brani riportati nei titoli dei post e gli album che campeggiano nelle immagini che hanno segnato i nostri Venerdì.

Ci saranno tutti:

La chiromante, Furia, Bob, Ics, Il Soldato e la sua sposa, Lo Stallone, La Scheggia, Il Ragazzo, Lo Scozzese, B.J., Il Maestro, Il Bassista, La Cantante, El Calabro, La Zanna, Meter-il-Bombarolo, Jack, la PdF, Zicì, Goo, Don DeLolli, l’Inarrestabile, Il Capo, La Signora, La Diva, Bubi, Mio Fratello, tutta la banda del Paesino con travestimento cinematografico, Il Molesto, Uto Pia Rastelli, Zibbi, Il Barone, La Rossa, La Lìpura e tutti quelli che, pur non avendo ancora popolato il fightblab, ne fanno parte di diritto (preannuncio già l’ingresso di Riccioli d’oro, Urban, Il Bisa, Bonnie e Bibi, Il Sergente, Loser, La Presa Bene, L’Impegnata, La Signorina Buongiorno, Il Cicci, Il Cinese e Il Bar del Paesino).

Una festa in cui mescoleremo gli accenti, dalla Città di Nebbia alla Città di Mare, passando per l’Aspra Terra, per il Paesino e arrivando a toccare La Città Storica e La Grande Città Invivibile.

Forse vi riconoscerete. Ma anche no.

Se vedrete un uomo in un angolo intento a domandarsi “Mi si nota di più se non vengo o se vengo e sto in disparte?”, non avrete dubbi: quello è Lo Spèsso.

Apriamo le danze, dunque.

Con un pezzo degli Smiths, nella versione tratta da Rank, il loro meraviglioso album dal vivo.

Signore e signori, Bigmouth strikes again.

Perchè la boccaccia del fightblab colpisce ancora.

Tuesday, February 22, 2011

Il Venerdì dello Spèsso – Puntata 32

Ha ritrovato nuova linfa.

Eccolo, direttamente dal cestone di vimini di un bazar del Cairo.

Il Venerdì dello Spèsso

Killing an Arab 

ovvero 

Nichilisti? Mi venga un colpo… allora è meglio la dottrina nazional-socialista, Drugo. Se non altro, ha alla base l’ethos. Walter Sobchak, Il grande Lebowsky, 1998 
 

Non sapete quanto è stato difficile farvi giungere queste poche righe, figli miei, e sinceramente non so perché ancora mi preoccupi di lanciare un po’ di luce nel buio vuoto neuronale che vi separa dal sottoscritto. Ma cosa volete, sono un sentimentale. Tendo ad affezionarmi.

Stando a quanto mi è dato sapere da dove mi trovo, avete ricevuto l’ultima mia poco prima del santo Natale, quando mi trastullavo ancora nel Bel Paese con ragazzini armati di manette e molto poco coraggio. C’è che mi ero stufato dell’Italia, del suo torpore grigio, del suo ingoiare continuo, della sua placida mediocrità. Così, armi e bagagli, dopo avere passato un po’ di tempo a veder nascere una nuova classe di schiavi post-moderni in quel di Mirafiori (mi emoziona sempre fino alle lacrime vedere l’uomo buono messo alla catena, il suo muggire rassegnato nel tornare a vivere carponi), ho pagato un imbarco ed ho superato il Mediterraneo. Destinazione Nord…nord Africa. 

Oggi, vi scrivo reggendo un piccolo portatile sulle ginocchia, nascosto in un cestone di vimini dal bazar del Cairo: uno di quei contenitori dove una volta si tenevano i serpenti da far danzare di fronte all’Incantatore. Ma qui, oggi, l’Incantatore non c’è più. L’Incantatore è evaporato, sparito, caduto, crollato. Del doman non v’è certezza, ma valeva la pena vivere questo momento: il ruggito scomposto e schiumante rabbia della moltitudine che è uno, la furia iconoclasta, l’acrazia diffusa e una pioggia di pietre e bottiglie molotov. Si vive anche per questo, sapete, maledetti occidentali fottuti. Si vive per rovesciare dittatori, per patire la fame ed il freddo, per sentire l’ostilità di una moltitudine di soldati. Si vive per poter sperare in un cambiamento. Ma che ne volete sapere voi? Voi siete quelli che la gente di mezzo mondo sfotte…e qualcuno ancora si domanderà perché… 

Comunque, tornando a noi, la mia cartolina vi raggiunga e sappiate farne buon uso. Io, domani, partirò su una vecchia auto per raggiungere Algeri, e poi di lì la Tunisia, forse la Libia…voglio andare ovunque ci sia coraggio, orgoglio, speranza…dove chi non ha nulla può vendersi le scarpe per un tozzo di pane, ma non l’anima e il culo per una comparsata in televisione. Voglio stare in quei posti dove le “escort” si chiamano ancora puttane, dove chi sbaglia paga, dove la Legge è uguale per tutti e la Giustizia non guarda in faccia nessuno. Voglio andare ovunque. 

Basta non essere
 

Lo Spèsso

Sunday, February 20, 2011

London Crawling - Rialto

Stasera avverto quella leggera scossa che sento ogni volta in cui mi preparo a partire per la Città di Nebbia.

Inizio a captare il grigio che si avvicina e la cosa mi emoziona sempre un po’.

Tornare nella Città di Nebbia è come andare a recuperare delle certezze.

Trovo difficile spiegare gli aspetti positivi di questo posto a chi non ci è cresciuto.

E’ una città che tendenzialmente viene disprezzata, ignorata, snobbata, derisa.

Per la nebbia stessa, anche, che poi è uno dei suoi aspetti più affascinanti.

Ma se ci siete cresciuti nel modo in cui ci sono cresciuta io, avrete fatto il pieno di musica, avrete ascoltato gruppi che qui, nella Città di Mare, pochi hanno sentito nominare.
Avrete suonato con gli amici, provando almeno una volta a comporre pezzi vostri.
Avrete stretto amicizia con persone che hanno giocato con le tempere, con la macchina fotografica, con la videocamera. Persone che hanno provato a girare un cortometraggio, a montarlo o a recitarvi.
Avrete incontrato qualcuno che ha scritto soggetti e sceneggiature, qualcun’altro che ha collaborato con fanzines musicali e, ancora, qualcuno che ha fondato una piccola etichetta e prodotto dei dischi.

Fatta eccezione per un paio di persone, tra cui il Bassista, l’unico con cui sono riuscita a parlare di musica qui, nella Città di Mare, è Lo Spèsso.

Non credo sia un caso. E non è neppure l’eccezione che conferma la regola.
Perchè Lo Spèsso NON è della Città di Mare.

La sua Aspra Terra, non molto lontana da qui, è molto più simile alla Città di Nebbia.

Per il grigiume, innanzitutto.

Poi per l’inquinamento.

Per quella sensazione di appiattimento e intrappolamento che trasmette.

Ma soprattutto per quel fermento creativo che, nel suo piccolo, riesce a generare.

Saranno il grigiume e la scarsità di alternative a spingerci nei garage a suonare fin da ragazzini, quando ci si inizia a chiedere ‘ma perchè questo posto fa così schifo?’.

Guardi fuori, a sedici anni, e c’è solo grigio e puzza e umido. E allora inizi a parlare con gli amici che sentono i tuoi stessi odori e vedono i medesimi colori spenti (e che si differenziano già nell’abbigliamento dagli altri coetanei che, invece, non sembrano nemmeno porsi certe questioni) e da lì parte un inarrestabile scambio di dischi, libri e film.

Dischi, libri e film che ‘gli altri’ nemmeno conoscono, figuriamoci se sono in grado di apprezzare.

Anche perchè ‘gli altri’ il sabato sera vanno già a cena fuori a diciassette anni e magari vanno anche in discoteca, ma che schifo la discoteca, con quella musica di merda, tanto a noi manco ci farebbero entrare vestiti così, sì ma a me che cazzo me ne frega, dovrebbero pagarmi loro per farmi entrare in quel posto di stronzi fighetti, sarebbe proprio figo avere un posto dove mettere la musica che ascoltiamo noi, magari gente ne verrebbe che ne sai, sì anche perchè qui non siamo mica a Milano che hanno il Leoncavallo e un sacco di altri posti, qui non c’è niente, appunto, potremmo mettere su noi qualcosa, magari il Comune ci dà uno spazio, iniziamo a chiamare gruppi che arrivano da fuori e che fanno punk hardcore, a mettere dischi, un bancone con la birra a prezzi bassi, ma che cazzo vuoi che ci dia il Comune, è già tanto che non ci mandino i vigili a prenderci a calci nel culo quando proviamo nel garage, sì, come no, che vengano, li piglio io a calci in culo quegli sbirri di merda, e comunque lo spazio ce lo dovremmo prendere, lo occupiamo e via, sì lo occupiamo noi quattro stronzi coi nostri strumenti, a proposito ho tirato giù un giro di basso, poi te lo faccio sentire e magari lo strutturiamo un po’, guarda che un mio amico mi ha detto che hanno registrato da quel tizio là e non gli ha preso tanto, hanno anche un mezzo gancio con un’etichetta figa, indipendente, ma va? che etichetta?, non lo so, non mi ricordo, ma è indipendente quindi è figa.

Fuori, grigiume puzza nebbia e umido.

Dentro, un fervore che inizia a prendere corpo.

E di fronte allo schermo, ora, tutti quelli che, leggendo, ci si sono ritrovati e se la ridono sotto i baffi.

Dalla Città di Nebbia all’Aspra Terra dello Spèsso.

Thursday, February 17, 2011

The Man in Me - Bob Dylan

Eccomi nuovamente qua.

Ho aspettato tanto a scrivere perchè mi sono venute in mente troppe cose da raccontarvi.

E alla fine non ho più pubblicato nulla.

E’ un po’ come quando hai talmente tanti interessi che, nel tempo libero, non sai bene da quale partire. Vuoi fare tutto ma la giornata è troppo corta e così, spesso, finisci col passare delle ore a guardare filmati su YouTube, paralizzato dalla frenesia delle mille cose che vorresti fare.
Questo è un discorso che ho affrontato più volte col Maestro. Speravo riuscisse a risolvermi questo problema, ma ci siamo limitati a parlarne, guardando filmati su YouTube.

Per il resto, vorrei aggiornarvi riguardo a un fatto di notevole importanza.

Il Bassista è diventato papà.
Il momento in cui l’ho realizzato davvero è stato quando l’ho visto fotografare la sua bimba mentre dormiva.
L’espressione rapita e inebetita trasmetteva già i primi segnali di quella cosa speciale che è il rapporto padre/figlia.

Mio padre mi ha scattato una marea di foto in pellicola e diapositiva.
Il bassista si diletta con una macchina fotografica digitale.
I tempi cambiano, ma l’espressione adorante del padre che fotografa la figlia è sempre la stessa.

Peccato che, di questi tempi, ci abbiano privato anche del meraviglioso carico simbolico che caratterizzava la parola ‘PAPI’.

Ma tant’è.

Io e il mio papà, comunque, non facciamo eccezione e rientriamo a pieno titolo nello stereotipo del rapporto padre/figlia.

Inoltre, da che sono uscita di casa per andare a vivere da sola, il rapporto è addirittura migliorato.

Parliamo tanto, decisamente più di quando vivevamo sotto lo stesso tetto.

So da fonti certe (la mamma) che più volte ha fatto apprezzamenti sulle dimensioni e la consistenza delle mie palle.

E credetemi, la stima di un papà vale oro.

Soprattutto se il papà in questione è uomo poco avvezzo ai sentimentalismi.

Parecchio tempo fa, quando seppe di una mia storia finita, mi chiese senza mezzi termini perchè fossi stata piantata.
Sicuramente, da buon papà, non riusciva a capacitarsi del fatto che qualcuno fosse stato così folle da lasciarsi scappare un dono prezioso come la sua figliola.

Gli risposi un po’ impacciata: “Mah… sai… forse l’abitudine… probabilmente gli mancavano le emozioni”

Lui si limitò a fissarmi per qualche secondo con aria perplessa e mi disse:

“Bah. Le emozioni”.

Che momento.

Mai come allora capii la natura di mio padre.

Un uomo tutto d’un pezzo, una roccia di pragmatismo che nessun vento emozionale sarebbe in grado di far vacillare.

Ecco perchè, quando avevo sei anni, nemmeno mi accorsi che l’azienda in cui lavorava era fallita.

Avevo percepito che si stava tirando la cinghia. Ma mai avrei immaginato che i miei genitori non dormivano la notte pensando a come avrebbero fatto a sbarcare il lunario con due figli e una casa da portare avanti.

Avevo percepito che si stava tirando la cinghia nel modo in cui può capirlo un bambino.

Per esempio, il vestito nuovo arrivava a natale o al compleanno.

Ricevevo giocattoli, ma anche i cosiddetti ‘regali utili’.

I miei genitori non andavano in ferie, non andavano mai a cena fuori e mia mamma era una maga nell’aggiustare le cose, nel riutilizzarle, nel reinventarle.
Una paladina dell’odierna ‘sostenibilità’.

A loro volta, non avevano genitori su cui contare e se la cavavano sempre da soli.

Ma in casa mia, una cosa non mancava mai: la musica.

Quando mio fratello metteva un disco sul piatto, io mi mettevo vicino a lui e guardavo quelle copertine, enormi per le mie mani.
Soprattutto quando erano doppie e si aprivano a libro.

Se poi prendeva la chitarra, era una festa.

Imparavo le canzoni ascoltando lui.

Sognavo di suonare anch’io, guardando lui.

Quando mio fratello partì per il servizio militare, avevo dieci anni.
Mi registrò una cassetta dalla radio con un sacco di hit del momento.
Una raccolta anni ottanta che ascolterei ancora oggi, se non l’avessi fusa.

Mio padre per fortuna non si univa ai nostri cori.
Ogni tanto si limitava ad accennare l’aria di qualche opera (la sua passione), ma si autocensurava alla terza nota. Rigorosamente stonata.

Oggi capisco che incanalava le sue emozioni nell’obiettivo.

Uomo di poche parole, ma di finissima ironia, riusciva a trasmettere attraverso le foto il sarcasmo, il senso del ridicolo, la vertigine, lo stupore, la commozione.

E adesso più che mai apprezzo la ricchezza dell’aver avuto una crescita segnata dalla musica e dalla fotografia.
Perchè la prima mi ha insegnato ad ascoltare e la seconda a guardare.

Non credo sia necessario aggiungere altro per concludere.

Tutto quello che volevo dire era semplicemente: congratulazioni, bassista.

Qualsiasi cosa accada, non farle mai mancare la musica.

E quell’espressione da papà mentre scatta le foto alla figlia.

Saturday, February 5, 2011

Don’t Say My Name - God is my co-pilot

“Che cosa ti preoccupa?” dice

“Sono preoccupata per il blog” rispondo

“Cioè?”

“Iniziano a leggerlo in parecchi. Temo per l’anonimato, mio e dei personaggi che descrivo”

e aggiungo:

“Questo blog è libero. Le tre regole del fightblab valgono fin dall’inizio, ma nel rispetto dell’anonimato”

Perchè quando crei dei personaggi è un po’ come se ne diventassi responsabile.

Non ho mai svelato il nome dei luoghi in cui si svolgono i fatti nè, tantomeno, quello dei protagonisti.

Men che meno il mio.

Questo è il bello del fightblab.

Scrivere per il piacere di raccontare, ma senza mai svelare nulla.

E i lettori del fightblab lo sanno.

I personaggi, spesso, si riconoscono tra loro ma si limitano a strizzarsi l’occhio quando si incontrano, in segno di intesa.

Proprio come accade nel Fight Club.

Sanno chi è Marla. Ma sanno anche altrettanto bene che Marla non vuole rivelare la sua identità.

E chi sarà mai questo Spèsso? Uno, nessuno e centomila.

Un blog che è un mondo a parte, fatto di fotografie senza facce e senza nome.

Un omaggio alla libertà dell’immaginazione.

Una rarità da rispettare, al giorno d’oggi.

Sunday, January 16, 2011

Holiday in Cambodia - Dead Kennedys

Nelle vacanze di natale ho rivisto qualche amico, ho ballato poche volte ma tantissimo. Tipo che io e Bibi abbiamo anche ballato Like a Virgin con il Bisa.
E se conosceste Bibi e il Bisa sarebbe divertentissimo immaginarci. Soprattutto il Bisa, che generalmente suona quella musica durissima, veloce e distorta e gli piacciono gli urli e i versi nel microfono.

Poi ho ricevuto dei bei regali.

In particolare quelli inaspettati: un paio di manette di peluche rosa per quando diventerò commissario (cioè mai) e un quadretto dipinto da 108 che è il mio artista preferito e regalato da 108 in persona.

Ma quello che, più di tutto, ha impegnato le mie giornate è stato Risiko.

Urban, stanca di cercarmi per uscire e sentirsi rispondere ‘non posso. devo giocare a risiko’, spera che almeno mi stia preparando per le olimpiadi del gioco da tavolo più bello del mondo.

Ho giocato veramente tanto. Non ho mai vinto.

Mio nipote, che è La Scheggia, preparava il tabellone sul tavolo subito dopo i pasti.
Effetti collaterali: se ti incazzi giocando, non digerisci bene.

Ma la battaglia più lunga è stata combattuta una sera a casa del Maestro e della Cantante.

Per l’occasione, si è radunato lo zoccolo duro del parentado.

Eravamo in sette (ma in quattro hanno giocato come se fossero in due. E come se dicessi una cosa tipo ‘vicesindaco’).

C’erano pure Il Barone e la sua compagna tedesca (che qui chiamerò La Rossa), nonchè la Lìpura (che non faceva le tre di notte dal 1984) con consorte (che ha passato la serata a contare i carri armati nemici per paura che il Maestro barasse).

Attacca Il Barone e si capisce subito che fa sul serio, con un tris di dadi che è qualcosa tipo 6-6-6.
“Che culo” gli diciamo, ma lui scuote la testa e insiste dicendo che non è culo, perchè i dadi bisogna saperli tirare.

La Cantante la teniamo in vita col defibrillatore, perchè sta perdendo tutto e ci dispiace che venga eliminata, così per un paio di giri la lasciamo stare e alla fine per poco non vince lei che, però, attacca sempre chiedendo scusa.
Ha il cuore tenero, la Cantante, e ne fa una questione personale: “Mi dispiace attaccarti, abbi pazienza” e intanto ti dimezza i carri armati con un tiro solo.

La Lìpura non sa nemmeno le regole, ma siccome è donna svelta e sveglia, le impara in fretta. Tuttavia è il suo consorte a gestire le strategie di attacco e a lei lascia il tiro dei dadi, che generalmente finisce in un tris del tipo 1-1-1.

Il Maestro e La Rossa sono i più agguerriti, e tra i più ubriachi. Oltre ai dadi lanciano bicchieri di vino sul tavolo e addosso ai commensali, tra cui la sottoscritta, che trascorre la serata con una maglia alla bonarda.

La Rossa fa paura, e non solo perchè conta in tedesco.
“Voglio conquistare Urali” dice al Maestro che le chiede “Ma perchè? Mica ci interessano Urali” “Non importa. Mi piacciono” risponde lei.
E parte alla conquista degli Urali, ma non li prende perchè il fato le è avverso e i dadi pure. Così sbotta in un “Scheisse!”, il Maestro che non capisce si mette sull’attenti e si ricomincia.

Battaglia lunga, estenuante, al punto che la Lìpura va a dormire sul divano tra un turno e l’altro e la Cantante ci chiede se vogliamo un piatto di spaghetti aglio e olio.
Ma optiamo per la grappa e proseguiamo fino a che Il Barone sferra l’attacco finale al grido di ‘Ira Ti Tio’, come lo direbbe l’Attila di ‘A come Atrocità, doppia T, Terremoto-Tragedia’.

E vince.
Vince Il Barone.
Meno male, perchè quando perde ci rimane proprio male.

Si contano i morti: tanti carri armati gialli e blu, parecchi viola, pochi neri e sette bottiglie di vino rosso.

E poi, nonostante sonno e stanchezza, discutiamo ancora un’ora dei rispettivi obiettivi e di che cosa si sarebbe potuto fare e di cose tipo “sì, però, ci eravamo alleati e poi tu mi hai attaccato” “e lo so, mi spiace, ma non potevo fare altrimenti”.

Sabato ci sarà la rivincita.
Qui da me, nella Città di Mare.

E se Il Barone non scenderà dalla Svizzera, non è escluso che non si salga noi a Zurigo.

Con un carro armato viola, poi, sarebbe bellissimo.

Sunday, January 16, 2011

Il Venerdì dello Spèsso – Puntata 31

Godetevi tutto.

A partire dalla copertina del disco.

Il Venerdì dello Spèsso

“Pugni Chiusi” 

ovvero 

“Nella Germania Federale la protesta studentesca non fu originata dalle catastrofiche condizioni dell’università come in Italia. Ebbe altre cause, due per l’esattezza. La prima fu l’incapacità, da parte dell’istituzione universitaria in Germania, ad assicurare una qualificazione della forza lavoro adeguata alle esigenze dello sviluppo industriale […] la seconda che, quelli che protestarono, erano studenti che appartenevano alla prima generazione di universitari che non avevano conosciuto di persona il nazismo e che non erano cresciuti in clima fascista” (Oskar Negt, 1979) 
 

Non so ancora se sono d’accordo sulla tempistica, ma di sicuro mi trovo a constatare, finalmente, che il grosso degli editorialisti italiani si è allineato con il sottoscritto. In semantica “del casino”, cari i miei somari, sono un’autorità da anni, ed è per questo che mi rallegra la somma constatazione di cui sopra: Rivoluzione e Rivolta sono due cose ben diverse. ‘Sticazzi, aggiungerei. Con una tristezza senza precedenti, infatti, per mesi e mesi abbiamo sentito parlare di un nuovo ’68: trattasi di palese ed esorbitante castroneria, naturalmente. Come si può anche solo pensare, verrebbe da domandarsi… 

Più seria e meno rincuorante la prospettiva opposta, quella forse più vicina alla realtà: dietro i tumulti che sconvolgono l’Europa non c’è un ideale politico, piuttosto che una decisione condivisa o un desiderio di rivalsa. No, nulla di tutto ciò. Meglio: nulla. E basta. Comunque si guardino questi scoppi di violenza, fatti salvi i pochi infiltrati e fomentatori di ogni ordine e misura, c’è il triste e sottile primato della rabbia e della disperazione. Non c’è la politica a portare i ragazzi in piazza, perché di essa abbiamo smarrito ogni dignità. Non c’è la speranza, poiché ci è stata defraudata “con i sogni dei nostri padri”, e non ce la daranno più. Questa guerriglia urbana non ha un connotato propositivo: divora sé stessa distruggendo gli altri. Lì in mezzo c’è solo gente di massimo trent’anni: quella che, agli occhi della nostra realtà, non ha più nulla da perdere. E’ il primato del mercato, baby, ma fa paura. E come la si ingabbia, pensano gli Anziani del Villaggio? 

Le riflessioni di oggi non nascono con il preciso intento di strappare una reazione, sia essa di disgusto, ilarità o indifferenza. Queste brevi note, scritte in un momento, vogliono durare per lo stesso arco temporale. Un battito di ciglia. Quel battito di ciglia che separa la violenza dall’azione, forse, che stabilisce la linea insuperabile “del torto”. Lasciamo stare poi da quale parte sia il torto e da quale prospettiva lo si guardi. Ma una cosa, questa sì, sarebbe bello dirla. Durante gli scontri di piazza romani del terribile 14 dicembre, una giornata che rimarrà scolpita ad imperitura memoria tra i punti più bassi della storia del suolo italico dai tempi di Cesare Augusto, i media sono arrivati ad isolare, inconsapevolmente, un frammento di Senso. Cosa intendo? Mi riferisco ad un giovane con in mano manette e sfollagente, una giacca con il cappuccio calato sugli occhi. Direi che tutti sappiamo di chi si stia trattando. Bene, di lui non sapremo mai nulla, se non che (come tutti hanno ripetuto per giorni) è il figlio di un ex-militante in Autonomia Operaia. E’ nessuno, lui. E lo rimarrà. 

Insomma, senza farvela tanto lunga, questa è l’era della Hýbris, un tempo dove nemmeno la responsabilità è concessa alle nuove generazioni, ricadendo essa sui padri. Questo ragazzo, insomma, non è colpevole della sua colpa, sembrerebbe dire il media. Ma è anche il modo, astuto, per cancellare la personalità di un nuovo movimento, per annientare la spinta distruttrice della rinascita, per conservare in salute i Gattopardi. Insomma, è un invito a delinquere, senza però concedere nemmeno l’orgoglio di subirne le conseguenze.  

E questo, per come la vede il sottoscritto, è il crimine più grande. 

In omnia secula seculorum. 
 

Lo Spèsso

Saturday, December 18, 2010